La seguente è una storia di fantasia senza nessun sostegno storico.

Nel villaggio di Rolulas, in quella parte della  Francia che  si affaccia sulla Manica, i soldati della Roma imperiale comandati da Augusto si erano da anni ritirati a vita civile. Avevano trovato una terra fertile, una popolazione locale accogliente con cui si erano mischiati formando nuove famiglie e soprattutto una comunità che,  con la cultura romana, era ben gestita. Augusto, il comandante della legione,  non aveva imposto la sua leadership ma questa era stata riconosciuta dalla gente del villaggio.  L’organizzazione politica della  comunità era stata impostata in modo semplice: esisteva un piccolo senato composto da tutti i rappresentanti delle professioni che si erano sviluppate al suo interno: fabbri, falegnami, commercianti e  il capo della polizia con al seguito alcuni valorosi  che avevano lo scopo di mantenere l’ordine e proteggere i confini, panettieri e via dicendo. Non era un organo complesso, legiferava poco  e si riuniva per discutere il minimo necessario.

Melind, la donna con cui Augusto si era unito in un matrimonio più pratico che religioso, era una donna forte che gli aveva dato  due figli maschi.  Gestiva le lavoranti della lana, patrimonio del luogo che richiamava molti mercanti da altre terre.

Quella mattina, quando Augusto si recò nella stanza principale per lavarsi il viso e fare colazione, percepì subito che qualcosa non andava. Melind era scura come il cielo prossimo ad un temporale e dopo aver piazzato il porridge sulla tavola aveva sbuffato platealmente. Era trasparente nelle sue emozioni e ad Augusto andava bene così. La sua dialettica e padronanza di linguaggio avevano piegato soldati insubordinati e la sua capacità di comando lo avevano portato a vincere battaglie impossibili,  ma sua moglie era sempre una bella sfida se la si trovava così alterata.

“Cosa succede Melind, sei arrabbiata con me?” la pentola venne appoggiata pesantemente e la donna mise le mani sui fianchi piazzandosi di fronte a lui con  aria di protesta.

“Ieri al mercato è arrivata Gelda, moglie del maniscalco Pintus. Si copriva il capo nonostante il caldo e quando altre donne le hanno chiesto come mai è scoppiata a piangere. Non ha detto nulla ma quando Teresa,  la sua migliore amica , le sollevato il velo ferite sul capo e sul  volto hanno turbato tutte noi. Non ha detto nulla la poverina. Si è ricoperta ed è andata via. Quando più tardi ho chiesto a Teresa se conosceva la ragione di tale ferite mi ha detto che gira voce in paese che nella loro casa il marito alzi le mani per un nonnulla e che le urla a volte arrivano fino alle porte del villaggio.”

“ Non lo sapevo e mi dispiace ” disse Augusto.

“Beh, a me non dispiace solamente, non basta dispiacersi,  io voglio fare qualcosa.” Disse la donna indispettita.

“Melind, è vecchia  regola che la comunità non si intrometta nelle faccende interne alla casa. La loro intimità ne verrebbe violata. Non si è mai fatto e non penso che si debba fare  ora. Posso essere d’accordo con la tua indignazione ma la regola è questa. È  una questione di libertà.”

“  Augusto,  ho ascoltato affascinata per intere sere le discussioni sulle teorie della libertà. Mi hanno fatto comprendere che la forza  della Roma Imperiale non risiedeva nelle sue armate ma nelle sue idee. Ricordo ogni singola tua parola a sostegno della libertà all’interno del senato diffondendo saggezza e lungimiranza. Come tu stesso sostieni la libertà è una zona di operazione che ogni individuo ha. Ma come può una donna sentirsi libera nella  sua casa se è minacciata e percossa regolarmente?”

“Melind, capisco che tu possa essere scossa ma potrebbe trattarsi di un episodio isolato. Il punto è che non si è mai intervenuti all’interno delle mura domestiche di qualcuno e mai nessuna legge lo ha premesso. La casa è sacra ed è governata dal suo capo famiglia.”  Ti prometto che se incontrerò Pintus cercherò di avere chiarimenti ma ti ripeto che non posso usare la mia carica per intervenire.” Il discorso era chiuso per il momento.

L’estate aveva portato un caldo più intenso del solito mitigato però dalla brezza che superata la collina arrivava dal mare. Dopo qualche giorno, mentre Augusto era intento a sistemare la birra di sidro fatta arrivare per le sere di inverno nella locanda che gestiva, Gaius entrò di corsa chiamando il padre a gran voce. “Padre, mamma vuole che tu lo raggiunga da Titus, presto!” disse il ragazzo agitatissimo.

“O Cesare! Cosa è successo a tua madre? Perché si trova da Titus? Sta male?

“No padre, tranquillo, la mamma  sta bene ma vuole che tu vada da lei con urgenza”.

Titus era il Curator, il vecchio medico assegnato alla sua legione e  che ora gestiva nella comunità la tabernae medicinae, una taverna che dispensava medicinali ed erbe curative. Giunto nella sua bottega notò che  un nugolo di persone si era riunito facendogli capire che era successo qualcosa di grave. Augusto entrò di corsa nella bottega faticando ad adattare la vista per l’oscurità. Ma vide subito sua moglie. “Cosa   è successo donna che mi hai fatto correre qui e prendere uno spavento?”

Melind non disse nulla, si spostò ed indicò il corpo di un ragazzino ferito. Era il figlio maggiore del maniscalco che era stato trovato ai margini della foresta con  una spalla scomposta da una martellata e pesto in volto. Il ragazzo ce l’avrebbe fatta ma l’orrore di quella visione fece rabbrividire Augusto. Il bimbo, perché di questo si trattava, doveva essere coetaneo di suo figlio: “Come si fa a ridurre così un ragazzo di dieci anni?”

“Bisogna intervenire! Non possiamo permettere anche questo” disse  Melind con tono supplice. Augusto si sentì molto imbarazzato. Le decisioni prese in battaglia o nella comunità in qualità di capo, a volte, pur essendo  lungimiranti potevano essere non approvate.  Era convinto che il diritto di intervento nelle mura domestiche fosse errato , era una violazione della libertà fondamentale della famiglia romana.

“Augusto caro, ascolta: tu una volta dicesti che un governo che detiene la propria popolazione non è un governo libero. Le persone non appartengono al governo. Lo hai detto molte volte per calmare gli animi nel senato e per guidare prima le truppe e poi questa gente.  Molte  campagne della Roma di cui tu eri soldato liberavano popolazioni da soppressori e inglobavano i popoli nell’Impero costruendo strade, impartendo  cultura, fornendo   vantaggi ma dando soprattutto libertà di appartenenza. E tu stesso mi hai detto che il declino di Roma è iniziato  quando il suo Imperatore ha cominciato ad estendere il proprio regno invece di espandere la  cultura romana  raccogliendo le  decime come priorità per il suo potere invece di arricchire una terra e traendone indiretta ricchezza.  Voi stessi Romani avreste potuto con la vostra forza militare imporre il vostro governo qui a Rolulas, ma avete portato conoscenza ingegneristica, medicina, ordine, leggi e libertà per tutti noi. Come possiamo, in questa comunità, permettere che in quella casa le persone siano di proprietà di un uomo che scarica  con violenza su di loro le sue frustrazioni? Le persone non appartengono ad un sovrano, a nessun sovrano. Io sto intervenendo come donna e come madre, ma tu come leader devi capire che non possiamo avere libertà e benessere senza prenderci cura di queste persone che non sono libere nella loro casa. Se noi permettiamo che queste persone appartengano al capo famiglia noi permettiamo che la libertà di tutto il villaggio venga corrotta.”

Augusto fece arrestare Pintus ed emanò la prima delle leggi sull’assistenza sociale. Le legge cominciava con queste parole:

“Poiché le persone libere non appartengono a nessuno e questa libera civitate chiamata Rolulas fonda le sue pietre su questo, la regola del Pater familias …”

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“Si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’uso illegittimo di una cosa o l’esercizio illegittimo di un potere”

È di questi giorni la vicenda di Bibbiano dove degli assistenti sociali, abusando proprio del concetto di assistenza, hanno fatto i propri interessi smembrando famiglie e oltraggiando bambini nel loro intimo. Oltre al trattamento meschino riservato ai bambini e  che le autorità giudiziarie dovranno validare, ci si sente, in qualità di cittadini, traditi da chi avrebbe dovuto, per conto nostro, salvare quei bimbi da vicende traumatizzanti. Abuso di questo potere e tale tradimento è forse solo leggermente inferiore alle torture che sembra abbiano inflitto alle vittime. I colpevoli sono tali per aver abusato di una legge che originariamente potrebbe essere proprio nata da una vicenda simile a quella narrata, nata per sostenere e proteggere i più deboli.